Dario Romano: Andrea Mantegna, l'artista che scolpì in pittura

 

Andrea Mantegna, oculo della Camera degli Sposi, Palazzo Ducale, Mantova.

Andrea Mantegna: il pittore che scolpì la pittura

Il Quattrocento fu un'epoca in cui dominarono corti rivali, ambizioni politiche e rivoluzioni culturali. Proprio in questo contesto, Andrea Mantegna si distinse come l'artista che rifondò il Rinascimento dalle sue fondamenta. L'arte di Mantegna domina lo sguardo, costruisce e riscrive la realtà secondo leggi più alte, fatte di prospettiva, memoria classica e tensione intellettuale. Mantegna è prima di tutto un archeologo della visione, l'unico tra i suoi artisti contemporanei. Basterebbe solo questo a definirlo come il più grande artista del Quattrocento. Cresciuto nella bottega di Francesco Squarcione, sviluppa un’ossessione per l’antico che non è semplice citazione, ma rifondazione linguistica a tutti gli effetti. Le sue figure sembrano scolpite nel marmo, i suoi spazi costruiti come templi romani, le sue composizioni pensate come architetture mentali: quello che concepisce Mantegna tra Padova, Verona e Mantova non ha eguali in tutta Italia nel Quattrocento: in un’epoca in cui la pittura si apre alla natura e alla luce, Mantegna sceglie una via più ardua, quella della forma assoluta che si fonde con il classicismo archeologico e con le inedite sperimentazioni prospettiche e illusionistiche. Se esiste un artista capace di trasformare la pittura in qualcosa di più della pittura stessa — in architettura, in spazio reale, in esperienza fisica — quello è Andrea Mantegna.
E questo processo raggiunge il suo apice in tre opere assolute: la Pala di San Zeno, la Camera degli Sposi e il Cristo morto. Sono certamente tre capolavori della pittura mondiale, ma sono soprattutto tre punti di non ritorno nella storia dello sguardo.

La Pala di San Zeno: la nascita dello spazio rinascimentale

Con la Pala di San Zeno, conservata a Verona nell'omonima basilica, Mantegna compie un gesto che, per il suo tempo, è semplicemente inaudito: annulla il confine tra realtà e pittura. Egli progetta e realizza anche la cornice lignea, trasformandola in parte integrante dell’opera. Dunque la cornice non è più semplice decorazione ma diventa effettivamente architettura reale che diventa architettura dipinta. Le colonne intagliate sembrano proseguire nello spazio pittorico, creando un loggiato perfettamente prospettico. Non si tratta più di un quadro appeso a una parete:
è un tempio in cui lo spettatore entra con lo sguardo. Mantegna costruisce uno spazio unitario dove tutto è calcolato, con le colonne che dividono e al contempo unificano, con la luce che scolpisce le figure che si ergono come statue e con la prospettiva dal basso che esalta la monumentalità. Quest'opera appresenta uno dei momenti più rivoluzionari della storia dell’arte. Non è solo una pala d’altare: è un dispositivo visivo complesso, una macchina teologica costruita con precisione matematica. In questo loggiato classico, a Vergine siede come una matrona romana, circondata da santi che sono presenze marmoree, collocate come divinità in un edificio sacro. La Madonna stessa è una regina classica seduta in un’architettura eterna. E poi gli angeli musicanti. Suonano strumenti, ma è una musica muta, visiva, eterna. Una musica che appartiene all’ordine, non al tempo. Questa pala rifonda il sacro. È una macchina teologica, un tempio della mente, un luogo dove il cristianesimo si innesta direttamente sulla grandezza dell’antichità romana. E sotto questa calma apparente, nelle predelle, esplode il dramma: crocifissioni, resurrezioni, tensioni narrative che contrastano con la fissità del pannello centrale. È qui che si manifesta la grandezza mantegnesca: la capacità di tenere insieme ordine e tragedia, geometria e fede.
Andrea Mantegna, Pala di San Zeno, Basilica di San Zeno, Verona, 1456, tempera su tavola, 480x450cm.

La Camera degli Sposi: il trionfo dell’illusione

Chiamato a dipingere per la corte dei Gonzaga, a Mantova, tra il 1465 e il 1474, Mantegna realizza il suo capolavoro assoluto: la Camera degli Sposi, nel Castello di San Giorgio. Qui l'artista porta oltre ogni limite la logica della Pala di San Zeno: stavolta non costruisce un tempio ma un mondo parallelo. Mantegna studia ogni centimetro della stanza reale per trasformarla in una loggia aperta, dove pittura e architettura si fondono in modo totale. Le pareti diventano, così, tende che si aprono, colonne che si prolungano, spazi che respirano. Ed è proprio in questi spazi che viene messa in scena la corte dei Gonzaga. I personaggi diventano protagonisti di una nuova forma di rappresentazione: la celebrazione politica attraverso la pittura. Ma il vero colpo di genio è l’oculo. Quello straordinario finto buco realizzato nel soffitto è un virtuosismo prospettico mai visto prima ma è soprattutto una dichiarazione filosofica: Putti, dame, animali si affacciano e guardano verso il basso. E succede qualcosa di straordinario: per la prima volta nella storia della pittura, è l’opera che osserva lo spettatore. Lo spettatore non è più esterno. È dentro il sistema visivo. Mantegna ribalta tutto: lo spazio reale diventa illusione, l'illusione diventa realtà e chi guarda diventa a sua volta guardato. È un gioco intellettuale, certo. Ma anche una dimostrazione di potere, nonché grande dimostrazione di ineguagliabile genio artistico. Perché questa stanza non celebra solo i Gonzaga: celebra soprattutto a capacità dell’arte di dominare la realtà.
L'oculo nella Camera degli sposi.
Parete raffigurante l'incontro.
Parete raffigurante la Corte.

Il Cristo morto: la tragedia resa geometria

Se la Pala di San Zeno è ordine e la Camera degli Sposi è illusione, il Cristo morto (Pinacoteca di Brera) è verità assoluta. Qui Mantegna compie un gesto radicale: elimina ogni filtro tra spettatore e tragedia. Cosa c'è di nuovo stavolta? La prospettiva sul corpo umano. Il corpo di Cristo è visto frontalmente, in uno scorcio estremo. I piedi in primo piano, il volto lontano. Una prospettiva chirurgica, spietata, quasi violenta. È una scelta rivoluzionaria in quanto rompe ogni idealizzazione vista fino a quel momento in tutta la storia dell'arte, per cui Mantegna rompe ogni convenzione: niente idealizzazione, niente distanza, niente filtro. Il corpo è lì davanti a noi, troppo vicino, troppo reale. Eppure, anche nella tragedia, Mantegna non perde mai il controllo. Il dolore è costruito: il corpo segue una logica geometrica, le pieghe del sudario sono calcolate rendendo il corpo quasi scultoreo, lo spazio è ridotto all'essenziale. Per cui potremmo definirla certamente un'immagine emotiva ma soprattutto una struttura del dolore. E proprio per questo colpisce più profondamente: perché non ci permette di fuggire. 
Andrea Mantegna, Cristo Morto, Milano, Pinacoteca di Brera, 1470-74, 68x81cm, tempera su tela.


Tre opere, una sola idea

Nella Pala di San Zeno, Mantegna costruisce lo spazio. Nella Camera degli Sposi, lo espande fino a inglobare lo spettatore. Nel Cristo morto, lo riduce all’essenziale, fino a farci scontrare con la realtà. Tre direzioni diverse. Un’unica ossessione: trasformare la pittura in qualcosa di più reale della realtà. È per questo che Mantegna non è solo il più grande artista del Quattrocento: è, ancora oggi, uno dei più radicali pensatori dell’immagine di tutta la storia dell’arte.


Dario Romano di Arte Divulgata.










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